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Quando
ero ragazzino, negli anni sessanta, le mostre e i musei
li andavo a vedere con i miei genitori, seguivo i loro
ritmi e le loro passioni, tenendomi le mie: mi piacevano
di più i paesaggi degli olandesi e dei fiamminghi,
pieni di particolari - foglie, cortecce, figurette di
pastori, di contadini e di mugnai - di quelli degli impressionisti,
in cui la nuvola di colore stentava a comporsi in un'immagine
della natura per me comprensibile.
A Vienna, avevo dieci anni, mi piacquero più i
mesi di Brueghel dell'Allegoria della pittura di Vermeer;
e Bosch mi piaceva come e più di un cartone animato:
ogni mostro ben delineato, con un ruolo preciso in commedia.
Negli anni settanta le cose cominciarono a cambiare. Non
per me, a quel punto adolescente, con una qualche passione
per l'arte che mi portò a studiarne la storia (e,
forse, a capire finalmente gli impressionisti); ma per
quelli nati una decina d'anni dopo di me.
Si cominciava allora a lavorare con le scuole: gruppi
di ragazzini intruppati, condotti in genere dalle maestre
e dai maestri o dai professori di scuola media inferiore,
visitavano le mostre e i musei romani: sin lì templi
del silenzio e della buona educazione, quei luoghi iniziavano
a popolarsi di voci, colori, aromi non ortodossi.
Tenere a bada torme di ragazzini vivaci non è impresa
di poco conto: ricordo professoresse avvelenate apostrofare
il Franti di turno con frasi come: "Paolozzi [il
nome è di fantasia], domani in classe facciamo
i conti". E rammento, come fosse ieri, anche un altro
episodio riguardante una coppia di ragazzine parte di
una disciplinata scolaresca, che da uno dei comuni dell'Emilia
rossa veniva a visitare una mostra di paesaggio classico
francese del Seicento a Villa Medici: di fronte a un quadro
raffigurante Cefalo e Procri nei pressi di un torrentello
una delle due fa "Ma cos'è 'sto Procri?":
a corto di nozioni di ittiologia, e specialmente delle
differenze tra i pesci d'acqua dolce e quelli d'acqua
salata, su Cefalo la ragazza stava tranquilla: secondo
lei nuotava con le trote in mezzo alla corrente.
Insomma, per far capire a un bimbetto o a una ragazzina
un'opera d'arte - capire è una parola forse troppo
grossa, anche per gli adulti e, magari, addetti ai lavori:
meglio, all'inglese, apprezzare -, perché uno scolaro
dell'asilo, delle elementari o delle medie apprezzi un
quadro, un disegno, una scultura non basta portarlo in
un museo o alle mostre. Bisogna far sì che si crei
per quell'opera un posto nella sua mente, sufficientemente
contenuto perché di quel quadro, o scultura, rimanga
traccia, sufficientemente plastico perché col passare
del tempo quello spazio si ampli e i bambini, diventati
ragazzi, poi uomini e donne, abbiano il loro museo interno
di riferimento: non ha costi materiali, si arricchisce
più rapidamente di qualsiasi museo del mondo, porta
ad apprezzare anche le novità, serve all'anima
- laicamente intesa - per trovare la "buona poltrona"
di Matisse, o il tormento di Pollock; a dipendere dai
momenti vi si possono trovare immagini che fanno da specchio
alle emozioni più diverse. Prima nasce questo spazio
e meglio è: ha più tempo di ampliarsi e
di arricchirsi; ma costruirlo, specie nella mente dei
bambini, è molto difficile. Il posto c'è,
ma si tratta di trovare una via d'accesso.
In questa guida di Informadarte alle collezioni della
Villa Borghese l'attenzione dei bambini è condotta
anzitutto sul padrone di casa, il cardinale Scipione Borghese,
e poi su alcune opere maggiori, attraverso strade variate:
si capisce l'importanza dei dettagli nelle immagini perché
nella riproduzione de L'amor sacro e l'amor profano di
Tiziano contenuta nel libretto alcuni particolari sono
stati tolti, e il bambino è chiamato a verificarne
l'esistenza nel dipinto reale.
Tramite il Davide e Golia di Caravaggio si raccontano
assieme un'antica storia della Bibbia e la più
recente vicenda del pittore che, condannato a morte, dà
alla testa di Golia le sembianze della propria.
Attraverso la Danae di Correggio si comprende quanto la
mitologia sia stata la fonte di tanti quadri del passato
(e diventa quindi possibile pensare che Cefalo non sia
sempre un pesce o Narciso sempre un fiore).
E poi, ad ogni immagine della guida si collegano i giochi:
quasi invariabilmente si invitano i piccoli a disegnare:
si capisce così non solo quanto è difficile
fare un buon disegno, ma anche che per mezzo di una matita
o di un pastello il bianco della carta può iniziare
a popolarsi di oggetti e di creature.
La mente dei bambini comincia così ad accogliere
nuovi modi di fare e di pensare.
Che alcune delle studentesse a me più care, come
Claudia e Laura - due delle autrici di questa guida -,
si dedichino da tempo a un lavoro pedagogico così
fine e delicato, e lo facciano bene (non lo dico io, lo
dice mio figlio Francesco, di nove anni) è un motivo
di gioia, professionale e umana.
Certo, hanno un compito più difficile del mio:
io insegno a giovani donne e uomini e quello spazio, catapecchia
o cattedrale che sia, è in buona parte già
costruito. Claudia, Laura e gli altri autori e autrici
di questa guida pongono, invece, le fondamenta.
Prof. Claudio Zambianchi
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